WWW.CAVALIERE MI CONSENTA... Il libro di Mark BernardiniCavaliere, mi consenta:
ora e sempre Resistenza

Questo libro uscì il 15 dicembre 2000. Andò esaurito quasi subito, vendendo nei primi mesi 20.000 copie. A distanza di otto anni, è ora di renderne accessibile il contenuto anche in rete, tanto nessuno può più comprarlo, nemmeno volendo.


www.cavalieremiconsenta

"Cavalieremiconsenta", sono un comunista. Peggio: sono anche russo. Insomma, sono uno di quelli che turbano i suoi sogni e alimentano la sua campagna elettorale. Se non ci fossi, Cavalieremiconsenta, Lei dovrebbe inventarmi. D’altra parte se non ci fosse Lei io starei meglio. Non per altro, niente di politico, tutto di personale, Lei rappresenta tutto quello che mi hanno insegnato a non sopportare. Non poteva essere altrimenti. Senta un po’ la mia storia.

Sono nato a Praga nel 1962 – cavalieremiconsenta, un freddo! – mio padre, italiano, aveva trovato lavoro dopo essersi laureato in filologia slava a Mosca dove aveva conosciuto mia madre, russa di Ul’janovsk, la città natale di Lenin (come sicuramente Lei saprà).

Non ho ricordi della Praga di allora: dopo appena un anno ci trasferimmo a Roma. In casa si parlava in russo, per lasciarmi assorbire questa lingua che altrimenti avrei perso, mentre l’italiano, vivendo in Italia, lo avrei comunque imparato. E infatti così è stato: parlavo romanesco e russo.

A quell’età i bambini sono come spugne, assorbono tutto. Fatto sta che la mia prima lingua fu il russo; ancora adesso, nel dormiveglia, mi capita di rispondere in russo a domande italiane.

A volte sogno Lei che mi chiede: “Un impegno preciso?”. Le rispondo sempre con una frase russa che preferirei non tradurre. Sa com’è, dev’essere successo che insieme alla lingua madre ho assorbito anche delle idee comuniste. Capita, a volte.

Cavalieremiconsenta di proseguire con la storia della mia vita (della sua, d’altra parte, sappiamo già tutto).

Nel ‘68 le cose tra i miei non sono più andate e divorziarono; mia madre decise di tornare in Unione Sovietica, ovviamente con il sottoscritto.

Per fortuna mio padre non ha mai giurato su di me e questo mi ha consentito di sopravvivere avanti e indietro tra URSS e Italia sugli aerei dell’Aeroflot, i mitici lljušin.

Cavalieremiconsenta, so che Lei è abituato agli aerei personali, ma vuol mettere il divertimento di viaggiare su un aereo dell’Aeroflot sul quale – all’epoca il terrorismo internazionale non c’era – i piloti tenevano le porte della cabina aperte?

E quando l’aereo giocattolo da Ciampino atterrava nell’unico Šeremet’evo, attraverso l’oblò vedevo mia madre salutarmi con la mano tra la folla rada sul tetto piatto della solitària costruzione al centro delle piste. Lo so, sembra di parlare di protostoria. Eppure, dicono che una trentina d’anni fa nella Moscova si potessero pescare le scardole. Adesso, Cavalieremiconsenta, Le consiglio di non bagnarsi in quelle acque. Anche Lei, unto dal Signore, potrebbe subire dei danni.

A sette anni mi mandarono dai nonni ad Ul’janovsk per un ulteriore anno di asilo. Una vita decisamente strana e diversa. Era una città di 350.000 abitanti, eppure in periferia molte strade non erano asfaltate, non avevamo l’acqua corrente (peraltro, anche ai castelli romani era così ancora negli anni ‘40, e mi risulta che anche oggi, in Irpinia, si vada avanti con i secchi).

La nostra casa aveva un giardino, per me era una cosa eccezionale. Non dovrei dirlo a Lei che ha sette ville in Sardegna, due ville in Brianza, ma mi creda che per tutti i comuni mortali che vivevano – e vivono – in città di milioni di abitanti un giardino, anche piccolo, fa piacere.

lo ero un bambino e pensavo solo a giocare e nessuno ha mai cercato di mangiarmi! Lo giuro.

Avevamo una specie di giardino attorno alla casa, con l’orto, il pero, il melo, il prugno; per compagni di giochi, ovviamente, c’erano il pastore tedesco e il gatto, amici per la pelle. Mi mandavano a prendere l’acqua con i secchi ed il koromyslo, un bastone ricurvo da poggiare sulla schiena con appesi i secchi. Spesso lungo la strada sterrata passava qualche carretto con un contadino dalla lunga barba bianca; noi bambini saltavamo fuori dal ciglio all’ultimo momento e ci sedevamo dietro, convinti che l’arcigno canuto non si fosse accorto di niente.

Un po’ come fa Mastella che salta di qua e di là sul carretto del vincitore. Però di lui si accorgono.

Per le vacanze tornavo a Roma da mio padre. Belle vacanze, ma con qualche problema, diciamo “linguistico”: il mio italiano somigliava alla versione infantile della stupida macchietta di pugile sovietico avversario di Rocky. Verso i sedici anni ho risolto il problema, adesso va tutto bene, da ventidue anni lavoro come interprete simultaneista dal russo.

Di tutte le estati passate con mio padre, in giro in macchina per l’Europa, mi ricordo bene quella del 1969.

L’anno prima, quando mi trasferii in URSS, i carri armati del Patto di Varsavia stroncarono la primavera di Praga, il socialismo dal volto umano promosso dal Partito Comunista Ceco. No, la prego, non cominci a urlare contro i comunisti, voglio solo raccontare cosa percepii io, bambino un po’ particolare che, come tutti, giocava con i soldatini, ma tra “i buoni” metteva sempre quelli dell’Armata Rossa.

Ero orgoglioso di essere nato a Praga, e l’orgoglio aumentava al pensiero della coesione politica (non l’avrei chiamata così da bambino, ma di questo si trattava) tra la mia città natale e il mio Paese di appartenenza.

Nell’agosto del ‘69, visitai con mio padre la Cecoslovacchia, andammo anche a Praga. Era trascorso un anno, i tumulti erano passati, io non ne sapevo nulla. A qualche decina di chilometri da Praga, lungo una stradina di campagna raggiungemmo una fila di carri armati in marcia verso la capitale. Erano… sovietici.

Marciavano spediti a circa sessanta chilometri orari. Troppo lenti.

Eravamo comunisti ma anche automobilisti. Che fare? Come avrebbe detto il compagno Vladimir Il’ič?

Superare, ovviamente. Dopo un po’ di tentennamenti, mio padre decise di intraprendere il sorpasso. La rivoluzione non è un pranzo di gala, il sorpasso di una colonna di carri armati neanche.

Andò tutto bene, ma mi sentivo a disagio: c’erano carri armati del mio Paese, ospiti indesiderati a casa del mio Paese di nascita.

Cavalieremiconsenta, anche i bambini comunisti si fanno delle domande!

Nell’autunno di quell’anno tornai da mia madre a Mosca per iniziare la scuola. Vivevamo in un appartamento in coabitazione (sì, quelli famosi che adesso sono tornati di moda con il nome di Grande Fratello).

Non gridi così la prego! Avrei voluto vedere Lei e i suoi impegni concreti in un Paese dove fino a pochi decenni prima i senzatetto morivano a milioni di freddo e di fame, dove il clima non è propriamente quello a cui erano abituati i filosofi greci e romani. Resto convinto che la scelta bolscevica sia stata quella giusta.

Comunque sia, ho trascorso in Russia la mia adolescenza e posso assicurarle che un ragazzino di un Paese Comunista fa le stesse cose di un ragazzino di un Paese Capitalista: si alza la mattina, va a scuola, cerca di trasgredire le regole dei genitori e degli insegnanti.

Le racconto queste cose per farle capire che anche i comunisti hanno un’infanzia normale.

Potevamo fare anche i boy scout, solo che da noi si chiamavano “pionieri”, però giuro che facevamo lo stesso i campeggi, i cori, e tutto il corso da Giovani Marmotte. E sapesse quanto mi sarebbe piaciuto continuare a fare il pioniere.

Purtroppo mi presentai con un giorno di ritardo a una convocazione e così, per punizione, mi hanno mandato via.

Questi sì che sono traumi.

Sempre meno pesanti di quello che mi è successo quando sono tornato in Italia a 11 anni: scuola statale con maschi separati dalle femmine.

Cavalieremiconsenta, cuccare era un vero problema. E poi ero ateo.

Cioè, allora non sapevo che si dicesse così, ma resta il fatto che non ero battezzato e quindi venivo automaticamente esonerato dall’ora di religione. Giuro: se avessi avuto la scabbia permanente avrei avuto meno problemi.

Comunisti si nasce, nel mio caso, ma non escludo che il trauma di essere un “diverso” in un Paese cattolico dove un bambino non battezzato veniva additato come un marziano abbia contribuito a farmici diventare. Comunista, intendo.

E infatti, giovanissimo, mi sono iscritto alla FGCI, la Federazione Giovanile Comunista Italiana. Il segretario nazionale era Massimo D’Alema, quello romano Valter Veltroni.

Lo so, lo so che i due non amano che gli si ricordi i loro trascorsi comunisti, ma la verità è la verità: D’Alema e Veltroni erano comunisti.

Mi sono fatto, da comunista, decine di assemblee, manifestazioni, scontri (ero all’Università di Roma quando contestarono Luciano Lama. Le ho prese cercando di difendere il palco).

Ho il dono di trovarmi nel posto sbagliato al momento sbagliato: per esempio sono stato tra i 27 feriti in un attentato alla sede del PCI a Roma. Era l’Italia del dopo Moro e del prima della strage di Bologna. Non è che quelli di destra (allora avevamo il vizio di chiamarli fascisti. Io il vizio l’ho mantenuto) ci andassero troppo per il sottile. Che giornata, Cavalieremiconsenta!

Eravamo lì tutti pigiati quando a un certo punto andò via la luce e ci fu un botto. Il mio primo pensiero fu: “cazzo è caduto un armadio” (un armadio?!). La punizione per aver avuto un pensiero così stupido fu che mi ritrovai a terra, con la bocca piena di sangue e una mia grande amica – in tutti i sensi – che mi stava addosso.

C’è mancato poco che ci lasciassi la pelle! Da quel giorno ho imparato molte cose. Primo: se senti un botto in un’assemblea di comunisti è certo che non sia un armadio che cade; secondo: siamo tutti dei “precari”, quindi tanto vale vivere intensamente.

Forte di questo pensiero, ho cercato di fare del mio meglio: volontariato in Irpinia, ristrutturazione degli ex manicomi abbandonati nella laguna veneta, manifestazioni antinucleari a Comiso, naja e alla fine Milano per lavorare.

Ho fatto di tutto, un po’ come Lei, ma non ho mai cantato sulle navi da crociera. (in parte La invidio per questo. Poco poco).

Comunque, il mio lavoro è fare l’interprete (questo lo dico per quelli che insistono a scrivermi: vai a lavorare, vagabondo) e ho seguito il colpo di Stato in Russia contro Gorbačëv ed ero a Mosca nel Natale del ‘91 quando il presidente sovietico tenne un importantissimo discorso alla Nazione annunciando la fine dell’URSS.

Pazzesco, Cavalieremiconsenta, pazzesco.

Stavo entrando al Bol’šoj a vedere l’Eugenio Onegin, e prima di entrare mi sono girato verso la Piazza Rossa dove sventolava la bandiera con la falce e il martello. Che spettacolo, Cavalieremiconsenta, la bandiera sul palazzo del Governo dentro le mura del Cremlino.

Quando sono uscito c’era una bandiera sconosciuta, bianca, azzurra e rossa a righe orizzontali. Se non avessi avuto l’accortezza di portarmi dietro un walkman per ascoltare l’atteso discorso di Gorbačëv, mi sarebbe venuto un colpo. Invece, mi è venuto lo stesso: ero entrato in uno Stato da cui non sarei mai più uscito, e allo stesso tempo ero in uno Stato senza esservi mai entrato. Mah!

Mi sono buttato sull’informatica e sul canto. Ho iniziato cantando i gospel e ho finito con il cantare il Requiem di Verdi nel Duomo a Milano e il Nabucco in Germania.

Con l’informatica ho cominciato a combattere la mia personale battaglia politica.

E’ iniziato tutto quasi per caso, per gioco. La rete è piena di catene di S. Antonio, di richieste più o meno serie di midollo osseo e gruppi sanguigni rari, di barzellette, di promesse di prosperità economica ed amorosa, se si contribuisce a moltiplicare esponenzialmente gli sproloqui del vate di turno, e di sfiga perenne per le generazioni a venire nei secoli se non si risponde.

Agli inizi di ottobre del 2000 sulla mia e-mail ho cominciato a ricevere le prime immagini contraffatte dei Suoi manifesti elettorali.

Cavalieremiconsenta, non ho resistito alla tentazione di inoltrarle ad alcuni amici, che a loro volta le hanno mandate ad altri amici, che le hanno mandate ad altri amici…

Più ne mandavo e più me ne tornavano indietro.

Ho sentito il peso della responsabilità storica di quello che stava accadendo. Sono sceso in campo, cioè sono sceso nella rete, e con zero soldi zero, infiltrandomi nelle maglie della new economy, ho deciso di pubblicare tutto quello che arrivava nel mio sito internet.

Cavalieremiconsenta, lo so che non avrei dovuto, ma mi creda, non potevo sopportare l’idea che tanta creatività andasse perduta. Anche Lei, al mio posto, l’avrebbe fatto.

Lo ammetto, l’homepage è un po’ forte. Se le capita di passarci, leggerà che il sito è: “il mio personale contributo alla causa dei poveri diseredati che si oppongono al lavaggio del cervello che viene imposto in Italia dal Cavaliere del Ladrocinio, in attesa della impari e scontata campagna elettorale dell’oligarca locale”. Firmato “webmaster schifato, orgoglioso di questa pagina, per nulla Impaurito”.

E’ che sentivo il bisogno di essere cattivo con Lei. Non l’avessi mai fatto!!!

La mia vita è diventata un inferno: ringraziamenti, insulti, richieste di pubblicazione, minacce, telefonate anonime di notte e persino dichiarazioni d’amore (queste proprio non le ho capite!).

Ma questo è niente rispetto all’iradiddio che si è scatenata quando i giornali hanno cominciato a pubblicare la storia di questo sito. Hanno fatto un tale casino che anche Lei ha dovuto prenderne atto e con il Suo consueto “genio” ha deciso di premiare la migliore contraffazione.

Cavalieremiconsenta, Lei mi è maestro nella comunicazione… forse avrà ragione, ma per la miseria, ci lasci almeno ridere alle Sue spalle senza cercare di manipolarci. Ma che bisogna fare per sfuggirLe???

C’è addirittura gente che mi scrive sospettando che io sia al Suo servizio e che tutto questo non sia altro che “un’operazione dell’entourage del Berluska, per stanare i nemici, individuarli e compilare le liste di proscrizione”.

Cavalieremiconsenta, ci ha fatti diventare tutti paranoici. Ma come ha fatto? Comunque, si guardi le spalle. Ci sono certi suoi alleati di AN che mi scrivono entusiasti delle immagini che trovano sul sito, fossi in Lei al governo con quelli non ci andrei.

Gente così è capace di farti le corna dietro le spalle mentre si scatta la foto di gruppo del governo Berlusconi bis.

Sento il dovere morale di avvisarLa. Noi comunisti siamo così, ci piace essere leali.

Niente da dire invece sui Suoi supporter doc, immagino gente forzista (si dice così?), quelli sono leali ma… cavalieremiconsenta, di un livello che il Bar sport a confronto sembra la Sorbona.

In genere sentono la necessità imprescindibile di insultarmi. E fin qui niente di male, fa parte del gioco. Ma possibile che nell’insulto non riescano ad andare oltre il “cazzo, culo, cacca cacca”? Mi aspetterei almeno un “cicacicabum”.

Per la miseria, forzisti! Sforzatevi!

Cavalieremiconsenta, c’è un problema: possibile che, con tutti i soldi che ha speso per fargli fare i corsi di dizione in pubblico, gli stage per imparare a stare davanti a un microfono, insomma, con tutto quello che ha fatto, i suoi fedelissimi, quando proprio proprio si impegnano, arrivino al: “vai a lavorare”, secondo in classifica solo al “tornatene in Russia”?

Mi sarei aspettato, almeno un “chi Berlusconi ferisce, di Berlusconi perisce”. Oppure qualcosa tipo: “voi scherzate con Berlusconi, noi vinciamo le elezioni”. E poi, già che il suo Polo si sta scatenando sui libri di storia, non è che potrebbe organizzare dei corsi di aggiornamento? Magari avvisando tutti i suoi elettori che la Russia non è più comunista e che se ci torno al massimo posso finire a fare l’operaio in qualche fabbrica capitalista a paga da fame, sfruttato dodici ore al giorno.

Comunque, Cavalieremiconsenta, stare dietro a un sito come quello che ho fatto, è una fatica mostruosa.

In un mese e mezzo è stato visitato da oltre 800.000 persone, con una media quotidiana di 18.000 contatti. In alcuni giorni sono stati oltre 80.000.

La maggior parte si collegano dai posti di lavoro. L’ho intuito dal fatto che nei giorni feriali i contatti sono doppi, e le punte maggiori si raggiungono subito dopo la pausa del pranzo e poco prima di uscire dall’ufficio.

E poi, Cavalieremiconsenta, vengono da tutto il mondo per vedere le immagini della sua campagna elettorale.

3.000 dalla Svizzera, e fin qui si spiega con la vicinanza geografica, da San Marino solo 100, ma percentualmente sulla popolazione sono uno sproposito.

Ma che dire dei visitatori internet che si collegano dal Brunei, Indonesia, Malesia, Mali, Nepal, Singapore, Trinidad e Tobago, e persino dallo Zambia?

Una domanda che mi assilla è: ma come hanno fatto a saperlo?

Ho cominciato a sospettare di una internazionale anticavalieremiconsenta.

I numeri sono numeri, per vedere le sue icone elettorali sono arrivati dall’Inghilterra in 4.000, altrettanti dalla Germania, dalla Spagna 800, dall’Olanda 1.400, dalla Francia 2.500, dal Belgio 2.000, 326 dal Lussemburgo, dai Paesi scandinavi 1.600. Come prevedibile, nei Paesi dell’Est l’interesse non è molto: solo 200 ex comunisti e 80 dall’ex Federazione jugoslava. Da Israele sono arrivati in 100 e con i casini che hanno in questo periodo lo reputo un successo clamoroso.

Sono invece, come dire?, preoccupato per il centinaio abbondante di accessi dal Vaticano, ma soprattutto per i 130 accessi dalla Casa Bianca (quella di Washington, mica di Mosca) e i 160 del Dipartimento della Difesa statunitense.

Insomma, cavalieremiconsenta, per colpa Sua sono finito in mezzo a un pandemonio. Cavalieremiconsenta, adesso che facciamo con tutta questa gente che ci guarda? Le propongo un patto: se Lei smette di fare cartelloni elettorali io chiudo il sito.

Ci pensi, La prego.

Distinti saluti

Milano, dicembre 2000

WWW.CAVALIERE MI CONSENTA... Il libro di Mark Bernardini

Il libro

la primavera di MicroMega

La lotta continua

Ultimo aggiornamento: 16/11/10 12:53

Segnalato da:

Così ho raccolto in Rete le parodie del Cavaliere

Parodie sul Cavaliere La sfida on line del cyber-comunista

La fabbrica dei falsi cavalieri

Ma Silvio è a prova di satira

Mark Bernardini, 38 anni, traduttore inventore del sito che sbeffeggia Berlusconi: 700mila contatti in un mese

A ruba il libro con i finti manifesti

Taroccati e premiati

Iscriviti a "No Berluska"

Espulso dalla Rete Civica di Milano

Le calunnie di Radio Popolare